American Sniper

American Sniper: “Ci sono tre tipi di persone a questo mondo: le pecore, i lupi e i cani da pastore.”

Ci sono tre tipi di persone a questo mondo: le pecore, i lupi e i cani da pastore. 
Ci sono persone che preferiscono credere che nel mondo il male non esista. E se mai si affacciasse alla loro porta, non saprebbero come proteggersi. Quelle sono le pecore.
Ci sono i predatori, che usano la violenza per sopraffare i deboli. Quelli sono i lupi.
E poi ci sono quelli a cui Dio ha donato la capacità di aggredire e il bisogno incontenibile di difendere il gregge.
Questi individui sono una specie rara, nata per affrontare i lupi. Sono i cani da pastore. In questa famiglia non alleviamo pecore e vi ammazzo a cinghiate se diventate dei lupi. Ma proteggiamo chi amiamo.
Se qualcuno prova a picchiarti, se c’è chi fa il bullo con tuo fratello, vi autorizzo a farlo smettere.
( American Sniper )

Questo monologo è tratto dal film American Sniper , diretto nel 2014 dal regista Clint Eastwood e basato sull’autobiografia di Christopher Kyle, tiratore scelto dei marines americani messosi in grande evidenza durante la guerra in Iraq successiva agli attentati dell’11 Settembre 2001.

Le sue imprese in battaglia gli valsero una medaglia d’argento e cinque medaglie di bronzo dal corpo dei Marines e , soprattutto, il soprannome di “Shaitan Al-Ramavi” , cioè “il diavolo di Ramadi”, da parte dei nemici jihadisti. Questi misero anche più di una taglia sulla sua testa, per chi fosse riuscito a catturarlo o ucciderlo, usando come segno di riconoscimento la croce tatuata sul braccio sinistro.

Il monologo è pronunciato da Wayne Kyle , padre di Chris, durante una delle scene iniziali del film in cui la famiglia Kyle è riunita a tavola, presenti anche il fratello minore Jeff e la madre. Durante il dialogo, da alcuni flash back e dai lividi sul viso di Jeff, si desume che questi è stato aggredito da un bullo a scuola e che Chris lo ha difeso.

La scena termina infatti con un dialogo che apre al significato di tutto il film:

– Wayne: Se qualcuno prova a picchiarti, se c’è chi fa il bullo con tuo fratello, vi autorizzo a farlo smettere.
– Chris: Quello aveva preso di mira Jeff.
– Wayne: È vero?
– Jeff: Si signore, si è vero.
– Wayne: Lì hai fatto smettere?
– Chris : ( annuisce )
-Wayne: allora tu sai chi sei, sai qual’è il tuo scopo. 

Di seguito il video della scena completa del film American Sniper da cui è tratta la citazione :

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"La poesia non è di chi la scrive, è di chi gli serve"

Massimo Troisi: “La poesia non è di chi la scrive, è di chi gli serve”

“La poesia non è di chi la scrive, è di chi gli serve”.
(Massimo Troisi, Il Postino)

Questa frase è di Massimo Troisi , attore napoletano nato nel 1953 e morto nel 1994, a soli 41 anni.

Troisi è stato un noto regista, attore, cabarettista, esponente di spicco della comicità napoletana negli anni settanta. Egli cominciò la sua carriera con il gruppo i “Saraceni” e poi con i suoi inseparabili amici de “La Smorfia“. Il grande successo ottenuto in breve tempo permise a Troisi di recitare nel suo primo film “Ricomincio da tre“, negli anni successivi si dedicò completamente al cinema girando dodici film e dirigendone quattro.

Malato fin da piccolo di cuore , morì il 4 luglio del 1994 , dopo aver terminato le riprese del “Il postino“, film da cui è tratta questa citazione e per il quale più tardi verrà candidato ai premi Oscar come miglior attore e come miglior sceneggiatura non originale.

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Finisce sempre così, con la morte. Prima però c’è stata la vita, nascosta sotto i bla, bla, bla, bla, bla. È tutto sedimentato sotto il chiacchiericcio e il rumore: il silenzio e il sentimento, l’emozione e la paura, gli sparuti incostanti sprazzi di bellezza e poi lo squallore disgraziato e l’uomo miserabile. Tutto sepolto nella coperta dell’imbarazzo dello stare al mondo: bla, bla, bla, bla. Altrove c’è l’Altrove, io non mi occupo dell’Altrove. Dunque che questo romanzo abbia inizio. In fondo è solo un trucco, si è solo un trucco. ( Jep Gambardella, nella scena finale del film "La Grande Bellezza" )

La Grande Bellezza (Scena finale e significato): Finisce sempre così, con la morte. Prima però c’è stata la vita, nascosta sotto i bla bla bla bla.

Finisce sempre così, con la morte.
Prima però c’è stata la vita,
nascosta sotto i bla, bla, bla, bla, bla.
È tutto sedimentato sotto il chiacchiericcio e il rumore:
il silenzio e il sentimento,
l’emozione e la paura,
gli sparuti incostanti sprazzi di bellezza
e poi lo squallore disgraziato e l’uomo miserabile.
Tutto sepolto nella coperta
dell’imbarazzo dello stare al mondo:
bla, bla, bla, bla.

Altrove c’è l’Altrove,
io non mi occupo dell’Altrove.
Dunque che questo romanzo abbia inizio.
In fondo è solo un trucco, si è solo un trucco.
( Jep Gambardella, nella scena finale del film “La Grande Bellezza” )

Questo monologo è pronunciato da Jep Gambardella, scrittore interpretato da Tony Servillo e protagonista del film “La Grande Bellezza” di Paolo Sorrentino, nella scena finale del film.

Il monologo e la scena in cui è pronunciato chiudono il film e ne svelano, guardando a ritroso, l’intero significato. Jep è un uomo votato alla ricerca della sensibilità, della bellezza, del dettaglio, dell’arte, come recita il monologo iniziale del film:

A questa domanda, da ragazzi, i miei amici davano sempre la stessa risposta: “La fessa”.
Io, invece, rispondevo: “L’odore delle case dei vecchi”.
La domanda era: “Che cosa ti piace di più veramente nella vita?”
Ero destinato alla sensibilità. Ero destinato a diventare uno scrittore.
Ero destinato a diventare Jep Gambardella.

In giovane età, questa sensibilità lo porta a scrivere il suo unico capolavoro “L’apparato Umano”“Si vede che quando l’hai scritto dovevi essere un uomo molto innamorato” , dirà Isabella Ferrari nei panni di una delle sue tante “donne comparsa” ). Ben presto però si lascia andare alla vita mondana di Roma e alle sue feste, allo squallore disgraziato , al chiacchiericcio e al rumore.

Il suo occhio continuerà a cercare la grande bellezza, memorabili nel film le continue inquadrature sullo sguardo di Servillo che si sofferma in questa spasmodica ricerca : dalle opera d’arte ai bambini degli istituti religiosi, alla genuina Ramona( intepretata da Sabrina Ferrilli ) con cui instaurerà un rapporto di autenticità fino alla morte di lei ( “è stato bello non fare l’amore. È stato bello volersi bene” altra memorabile citazione ).

Sguardi appassionati a cui fa da contrappasso il sarcasmo e il cinismo per la decadenza dell’ambiente di cui ormai è parte e di tanta pseudo-arte frutto di questa decadenza.

Sedimentati sotto vesta vita fatta di chiacchiericcio e rumore, troverà solo “sparuti incostanti sprazzi di bellezza” , ma non “la grande bellezza” : questo è il motivo per cui non scriverà più un altro romanzo. Come rivela a Suor Maria, missionaria in odore di santità dalla grande caratura spirituale a cui la rivista per cui lavora Jep riesce a strappare un’intervista:

«Perché non hai più scritto un libro?»
«Cercavo la Grande Bellezza, ma non l’ho trovata».

Il cinico Jep resterà toccato dall’incontro con la santa, espressione di autentica spiritualità verso cui Jep mostra in più episodi di farsi qualche domanda , chiedendo più volte a cardinali e uomini di Chiesa. Questi, di alte gerarchie come un cardinale in odore di papato, sono però miseramente interessati a situazioni ben più contingenti e frivole. Persino i consigli di cucina sono prioritari rispetto alla richiesta di “bellezza spiritale” di  Jep che infatti non esita a stroncare: «Sarebbe molto deludente per me scoprire che lei non ha nessuna risposta».

La santa indica però la strada a Jep nel “ritorno alle radici” e così Jep accetta l’intervista più volta propostagli dall’amica e direttrice Dadina, di un reportage sull’Isola del Giglio, fino alla alla scena finale in cui è contenuto il monologo:

Semplicemente sublime il parallelo finale tra l’ascesa della santa al Cristo raffigurato in cima alla Scala di San Giovanni ( La vera Grande Bellezza per lei chi crede nell’Altrove ) e quello di Jep , che non si occupa di Altrove e ascende al ricordo della grande bellezza trovata in gioventù, pronto finalmente per il “trucco” di un nuovo romanzo.

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Bud Spencer e Terence Hill nel film "Dio Perdona , Io no ! " . Per le riprese di questo film Carlo Pedersoli scelse quello che diventerà il suo inconfondibile nome d'arte : Bud Spencer , Bud come la BudWeiser e Spencer come Spencer Tracy.

Perche Carlo Pedersoli si fece chiamare Bud Spencer ?

Spencer come Spencer Tracy e Bud come la birra Budweiser.

Questa breve citazione è tratta da un intervista a Carlo Perdersoli spiega quando e perché nasce il nome d’arte Bud Spencer .

E’ il 1967 e a Carlo Pedersoli , che un decennio prima aveva chiuso la propria carriera sportiva di nuotatore , viene proposto di girare insieme a Terence Hill il film spaghetti western “Dio perdona , io no ! ” da Giuseppe Colizzi.

Il film è destinato al mercato internazionale e c’è quindi bisogno di un nome d’arte che possa sembrare d’origini americane. A fronte di apposita richiesta , Carlo sceglie quindi la combinazione tra due sue passioni : l’attore Spencer Tracy e la birra Budweiser.

Scopri altre curiosità sulla vita di Bud Spencer nella sua biografia :

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Bud Spencer : Non c’è cattivo più cattivo di un buono quando diventa cattivo

Non c’è cattivo più cattivo di un buono quando diventa cattivo ( Bud Spencer ) .

Questa frase è tratta dal film Chi trova un amico , trova un tesoro. E’ un film del 1981 di Sergio Corbucci interpretato da Bud Spencer ( Carlo Pederzoli ) e Terence Hill ( Mario Girotti ).

La frase viene pronunciata da Charlie ( Bud Spencer ) quando apprende da Alan ( Terence Hill ) , che questi ha fatto naufragare la sua barca su un’isola deserta e disabitata per trovare un tesoro che , secondo lo zio di Alan , sarebbe nascosto sull’isola.

La celebre frase di Bud Spencer arriva in risposta alla provocazione di Terence Hill che , di fronte alle minacce di Bud si dice sicuro che “non lo farebbe mai , tanto lei è troppo buono“.

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